Ho cominciato a frequentare lo stadio Olimpico da piccolo, con mio padre. Un luogo dove si incontravano tutti: il proletariato delle curve, la piccola borghesia della Tevere e poi gli inarrivabili della Monte Mario. Mi ricordo le risse (scazzottate) tra tifoserie, nulla di drammatico a parte lividi e cerotti e i lanci di frutta nonché ortaggi misti verso i giocatori e le tifoserie avversarie.
Sono andato allo stadio con mio padre (romanista), mio nonno (del Napoli), poi gli amici (quasi tutti laziali). Era una festa aperta a tutti; a volte vincevi a volte no.
Uno sport popolare amato da noi ragazzini di borgata, che ci sfidavamo su campetti polverosi indossando le maglie delle varie squadre di serie A.
Ricordo la nostra, quella del “II Lotto”, era dell’Inter.
Adesso, in un contesto di disfacimento culturale e morale, in piena crisi pandemica, le squadre più ricche di Italia, Spagna e Inghilterra hanno deciso di uccidere questo sport di massa, per farsi un campionato di miliardari; una specie di club esclusivo dove si entra solo con la Carta Oro Business American Express.
Amo il pallone, anche se non vado più allo stadio da quando mio padre ha deciso di lasciare questo mondo, ma seguo il campionato di calcio con una passione tale, che mia figlia muore dalle risate guardando come mi contorco sul divano, mentre guardo una partita della squadra del mio cuore.
La nascita di questa vergognosa Super Lega per super ricchi, moralmente tanto inaccettabile quanto indegna, mi costringerà, a malincuore, a non far divertire più mia figlia.
Non seguirò più il calcio, – che già faticavo a seguire per quante cose storte sono stato costretto a subire come tifoso -, perché la misura è davvero colma.
Da sport popolare sta per diventare un un contesto tanto discriminante quanto patetico, un fantasmagorico divertimento senz’anima per ricchi.
In fondo era uno sport ancora romantico, ora lo stanno riducendo a un costoso passatempo per facoltosi annoiati.

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