Mentre ci avviciniamo alla data prevista per il referendum sulla Giustizia, che determinerà o meno se gli italiani vogliono mantenere intatte le garanzie democratiche previste dai nostri padri costituenti, una qualche riflessione sulla politica attuale è il caso di farla.
D’altronde è questa la politica che ci ha messi nella condizione di decidere sulla separazione delle carriere dei Giudici, una sorta di rivincita post mortem di due personaggi inquietanti della storia di questo Paese.
Uno è Licio Gelli, il Venerabile Gran Maestro della tristemente famosa loggia massonica coperta Propaganda 2, quella che aveva intenti sovversivi, cui erano iscritti centinaia di personaggi di spicco della politica, delle istituzioni, dell’imprenditoria e della finanza in Italia. Un’ampia combriccola di soggetti legati tra di loro da ideali eversivi e da illegittime ambizioni personali.
Chi era Licio Gelli, però; un fascista, ex repubblichino di spicco, che nella sua poco venerabile esistenza aveva fatto, si dice, anche il doppio gioco in favore degli alleati per poterne ricavare vantaggi personali, attese le drammatiche prospettive di una repubblichetta, quella di Salò, guidata da un feroce, quanto vigliacco Mussolini, (marionetta al servizio di Hitler), che aveva ormai imboccato la via del tramonto.
Licio Gelli dopo la liberazione è rimasto il fascista di sempre, convinto che il sistema democratico fosse inutile, trovando in Gladio e nella feroce lotta al comunismo dei servizi deviati e dell’estrema destra preziosi alleati che gli hanno consentito di svolgere un ruolo di primo piano nel periodo più oscuro dell’Italia nel dopoguerra.
I suoi legami con l’eversione neofascista sono stati comprovati da numerose indagini, tra cui quella sulla strage di Bologna.
Durante il drammatico periodo del sequestro Moro, guarda caso, molti esponenti delle istituzioni che si occupavano delle indagini erano iscritti proprio alla P2 e, da recenti evidenze giudiziarie, il blocco dei telefoni avvenuto durante le prime fasi del sequestro erano riconducibili alle centraline Gladio installate segretamente in diverse zone della capitale e scoperte soltanto molti anni dopo il 1978.
Questo losco figuro, capo di una loggia massonica criminale, aveva elaborato e messo per iscritto un piano eversivo, il “Piano di Rinascita Democratica”, all’interno del quale, uno dei punti salienti era la separazione delle carriere dei magistrati coi pubblici ministeri sottoposti al Ministro della Giustizia, quindi, al Governo:
I – unità del Pubblico Ministero (a norma della Costituzione – articoli 107 e 112 ove il P.M. è distinto dai giudici)
II – responsabilità del Guardasigilli verso il Parlamento sull’operato del P.M. (modifica costituzionale).
Il secondo esponente politico che ha fatto esplicito riferimento alla separazione delle carriere dei magistrati è stato nientepopodimenoche il pregiudicato Silvio Berlusconi.
Oggetto di numerose e delicate indagini, dopo aver approvato una serie di norme “ad personam” che lo hanno salvato da diversi procedimenti, ha cercato di fare passare come prioritaria la controriforma della separazione delle carriere.
Ma chi era il miliardario Silvio Berlusconi diventato famoso per le sue “cene galanti” e il Bunga Bunga?
Un iscritto alla Loggia massonica coperta Propaganda 2, guarda un po’ quella del Gran maestro Licio Gelli (tessera 1816, codice E.19.78, gruppo 17, fascicolo 0625, data di affiliazione 26 gennaio 1978).
Ma Berlusconi, non solo era un piduista ma aveva contatti di primo piano con la mafia, tanto che, per un periodo di tempo, nella residenza di Arcore ha vissuto il boss mafioso pluriomicida Vittorio Mangano, da tutti conosciuto come lo stalliere di Arcore e che Paolo Borsellino definiva come testa di ponte delle mafie nel nord d’Italia.
Qui entra in gioco un altro dei sodali mafiosi di Berlusconi, ossia, Marcello dell’Utri, che aveva fatto conoscere Mangano al miliardario di Arcore e che, secondo i magistrati di Palermo, era perfettamente a conoscenza del ruolo e dei precedenti penali di Mangano.
Licio Gelli e Silvio Berlusconi, due icone della peggiore Italia, sono stati quelli che hanno perseguito per primi la separazione delle carriere dei giudici.
Non è un caso che, ora, questa battaglia contro l’indipendenza dei magistrati, – che godono secondo i fautori della separazione di troppa autonomia -, viene ripresa dall’attuale Governo e dalla sua maggioranza.
Giorgia Meloni, ex-giovane missina ed ex-ministra del IV Governo Berlusconi (2008/2011), ha ricominciato con vigore questa battaglia, riuscendo a far approvare in Parlamento, dalla sua consistente maggioranza, una modifica costituzionale che ora attende solo l’esito del referendum.
Guarda caso quest’ampia maggioranza è formata da:
ex-militanti missini e di estrema destra, il contesto subculturale erede della Repubblica di Salò. (Il MSI fu fondato da Giorgio Almirante, uno dei promotori delle leggi razziali fasciste);
da Forza Italia, il partito fondato dal pregiudicato Silvio Berlusconi e dalla Lega che, con Salvini, ha subito una profonda metamorfosi rispetto a quella storica di Umberto Bossi.
Ora in un Paese governato da personaggi impresentabili, – ministri rinviati a giudizio, sottosegretari condannati, vicepresidenti di commissioni condannati in via definitiva per peculato e ancora al loro posto e tutti che sponsorizzano il “SI” – al referendum un cittadino onesto e profondamente legato ai valori o costituzionali, cosa dovrebbe scegliere?
La Magistratura in questi anni ha svolto un ruolo fondamentale nella lotta alla mafia, al terrorismo, alla corruzione pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane.
Ha attraversato momenti complicati come il caso Palamara, da cui ne è uscita facendo pulizia al suo interno, ma pagando pegno in termini d’immagine.
La vera motivazione di questa idiosincrasia della destra è che la Magistratura, nella sua autonomia, ha ficcato il naso negli affari sporchi della politica (di qualunque orientamento), ha rovistato nella spazzatura morale di chi ci amministra e governa portando alla luce affari incoffessabili.
Silvio Berlusconi ne è un esempio. Coinvolto in più inchieste di corruzione e mafia ha cercato di salvarsi facendo approvare leggi scandalose “ad personam”, sfruttando un parlamento di nominati da lui, tra i quali suoi dipendenti e avvocati, cheerleader, comprando parlamentari e nonostante ciò non è riuscito ad evitare una condanna in via definitiva.
Su di lui si era accesa l’attenzione di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone ma il potere dei mass media, – con l’immane conflitto d’interessi mai risolto – e maggioranze parlamentari asservite hanno fatto si che Berlusconi riuscisse in qualche modo a farla franca.
L’ultima frontiera per questa politica malata ed erede del piduismo e del berlusconismo è il rifiuto assoluto di dimettersi da qualunque carica, anche se condannati, con la falsa motivazione che i giudici, essendo politicizzati e “toghe rosse”, indagano e condannano a senso unico.
Una volta c’era la ragione di opportunità, ovvero, senza porre in discussione il diritto ad essere considerati innocenti fino a sentenza definitiva, chi svolgeva funzioni pubbliche però aveva la dignità di dimettersi dall’incarico in attesa degli esiti del processo.
Già, perchè il diritto all’innocenza, non può prevaricare il diritto dei cittadini di essere amministrati da persone al di sopra di ogni sospetto ma, ciò, è una chimera ai giorni nostri soprattutto a destra.
Il risultato è che, tra quelli che sostengono convintamente il “SI” al referendum, il cui fine è sottoporre il PM al Governo, vi sono tutti questi personaggi inquisiti, condannati in primo e secondo grado, condannati in via definitiva i quali non intendono fare un passo indietro.
È vero, la normativa sottoposta a referendum parla formalmente di uno sdoppiamento del CSM, uno per i Giudici e l’altro per i PM (le modalità di composizione di questi organi sono tanto ridicole quanto pericolose), crea un Alta Corte displinare per i magistrati (anche in questo caso i criteri di composizione sono tanto ridicoli quanto rischiosi), ma l’obiettivo di tutti questi cambiamenti resta soltanto uno, ovvero, esercitare un controllo pressante sui magistrati.
Sorteggiare i membri togati a caso tra tutti i magistrati, mentre per i membri laici la scelta è in un contesto ristretto, delinea una preponderanza della politica in seno ai tre organi di “autogoverno”, che, oltre a triplicare le poltrone e i costi, crea uno scenario inquietante sul piano istituzionale e di garanzie per i cittadini.
In tutto ciò, non ci sarà alcun beneficio relativamente alla funzionalità, alla velocizzazione dei processi ma, unita alla nuova criminogena normativa sulla Corte dei Conti, si assisterà a un generale indebolimento dei controlli sugli atti del Governo e della Politica.
Per tutto questo e molto altro ancora il mio sarà un “NO” convinto sulla scheda referendaria e, in tal modo, ribadirò tutta la mia ammirazione e rispetto per quei grandi uomini che, avendo vissuto il dramma della dittatura fascista e della folle guerra voluta da un piccolo uomo come Mussolini, elaborarono la Costituzione in modo tale da sventare ogni possibile tentativo di conculcare le libertà.
Dobbiamo assolutamente scongiurare che una “controriforma” scritta da piccoli e insignificanti personaggi possa destabilizzare il nostro sistema democratico; possa indebolire la nostra Costituzione.

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