Il mondo sta diventando una polveriera tra le mire imperialiste russe, la follia messianica fascistoide del governo israeliano, le pretese espansionistiche cinesi e la debolezza conclamata di un’Europa, dove convive la voglia di unità assieme alle spinte centrifughe di un sovranismo sgangherato e pericoloso, alimentato da un’estrema destra sempre più vicina ai disvalori criminali nazifascisti.
Una situazione internazionale drammatica nella quale l’Europa rischia di diventare il prossimo terreno di scontro, data la sua evidente debolezza sul piano politico e militare, con l’aggravante di essere percepita come un esempio insopportabile di democrazia tra autocrazie, teocrazie, dittature e, con l’avvento di Trump, democrature presidenziali.
L’origine di tutte queste tensioni, ormai palese, è la politica indefinibile del Governo degli Stati Uniti, guidati da un pregiudicato, miliardario, divisivo e incompetente che ha reso l’America uno zimbello, nonostante sia tutt’ora la più grande potenza economico militare del mondo.
Questo palazzinaro, suprematista, – che fa inginocchiare i marines per srolotolare il tappeto rosso in onore del criminale Putin -, sta devastando le istituzioni americane, approfittando di una debolezza strutturale di quella democrazia, che dovrebbe farci riflettere sull’incredibile lungimiranza dei nostri costituenti vittime del fascismo, che non avrebbero mai più voluto vedere dittature in Italia.
Le procedure afferenti alla nomina dei giudici della Corte Suprema, negli USA, fanno capo esclusivamente al Presidente ed essendo questo l’Organo che si esprime in via definitiva sulle scelte presidenziali, ovvero, se siano coerenti con la Costituzione di quel Paese, di fatto, l’amico di Epstein, il miliardario pedofilo, e grande fan di Putin ha mano libera nello smontare pezzo per pezzo il sistema istituzionale americano.
Da noi, invece, l’elezione di un singolo Giudice della Corte Costituzionale è più complessa di quella del Presidente della Repubblica, proprio perché la funzione della Corte è quella di decidere sulla conformità alla Costituzione delle leggi e degli atti, aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni, nonché sull’ammissibilità dei referendum richiesti ai sensi dell’articolo 75 della Costituzione; dirime i conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato e tra Stato e Regioni, giudica nelle accuse mosse contro il Presidente della Repubblica per i reati di alto tradimento e attentato alla Costituzione.
Va da se che l’indipendenza del giudizio in queste materie è fondamentale per garantire l’assoluto rispetto del dettato della Costituzione.
Purtroppo, negli Stati Uniti, con le ovvie differenze, questa indipendenza della Corte non c’è, poiché i Giudici sono nominati dai Presidenti e, come sta avvenendo ora che esiste una maggioranza di elementi filo repubblicani, le decisioni relative alla costituzionalità o meno di provvedimenti trumpiani pende sempre dalla parte del Presidente.
Molti non si rendono conto cosa stia accadendo al di là dell’oceano, ma l’America vive l’incubo di una trasformazione della sua democrazia da liberale a illiberale.
La fragilità intrinseca dell’organismo di garanzia democratica più importante, ossia, la Corte Suprema sta facendo esplodere tutte le contraddizioni di un sistema federale presidenziale, che si fonda sulla nomina anziché sull’elezione e l’indipendenza.
E mentre il processo illiberale va avanti sull’onda di un percorso trumpiano sempre più becero, sostenuto da movimenti di estrema destra, creazionisti, suprematisti, negazionisti gli effetti di tutto ciò si riverberano nel panorama internazionale in modo esiziale.
Nel frattempo che lo sconclusionato e anziano Presidente americano porta avanti una “insensata”, (uso un eufemismo), guerra dei dazi contro gli alleati come Canada, Europa Giappone, Corea del Sud, minacciando di invadere Panama e la Groenlandia, continua a sperticarsi in lodi nei confronti di un criminale come Putin, flirta con Xi Jinping e ignora quell’altro campione di democrazia di Kim Jong Un.
Minaccia il Brasile che finalmente ha condannato il Golpista Bolsonaro e, nel frattempo, lascia mano libera al genocida Netanyahu su Gaza, pubblicando video folli su come dovrà diventare questo pezzo martoriato di mondo dopo il massacro dei palestinesi e la deportazione dei sopravvissuti.
Capitolo a parte l’Ucraina, dove dopo mesi di pagliacciate trumpiane tra cui penultimatum, vertici alaskiani, telefonate tet a tet, – tutto questo definito dalla stampa mainstream “trattative” -, ancora non si riesce a capire cosa voglia fare l’America.
Resta il fatto che queste idiozie hanno consentito al dittatore russo di continuare a bombardare civili inermi con una intensità mai vista in passato.
Sarà l’effetto “Donaldone”, dei ricatti mafiosi dell’entourage trumpiana al Presidente ucraino per sottoscrivere accordi commerciali sullo sfruttamento delle risorse minerarie di quel Paese in cambio del supporto militare per difendersi dalla Federazione Russa.
Quello che emerge in questo periodo di presidenza Trump è che gli Stati Uniti si stanno umiliando di fronte ai loro nemici storici, basti pensare alla telenovela dei dazi e si stanno imponendo come strozzini verso gli alleati di sempre, Canada ed Europa, guarda caso, due esempi di democrazia avanzata.
La pessima situazione interna degli USA non promette nulla di buono e questo ha rinvigorito le pretese imperiali di soggetti come Putin, che ora non nasconde più le sue mire sull’Europa, sostenuto in ciò dai suoi alleati di sempre, Cina e Corea del Nord.
Quanto accaduto in Polonia, ossia lo sconfinamento di una ventina di droni kamikaze russi, su una rotta estranea ad eventuali obbiettivi ucraini, non può lasciarci indifferenti.
Anche se l’Ucraina sta, di fatto, demolendo l’esercito russo, che adesso conta oltre un milione di perdite e decine di migliaia di mezzi corazzati distrutti, nonché una moltitudine di infrastrutture strategiche danneggiate per i continui attacchi di precisione di Kiev, Putin, continuamente rifornito dagli iraniani, dalla Corea del Nord e dalla Cina, ha ammassato un esercito di un milione e mezzo di uomini, ha portato la Federazione ad una economia di guerra e non ha più lo spauracchio di un’America ostile.
Per questo si mostra sempre più aggressivo nei confronti dell’Europa.
Il recente attacco ad una sede governativa ucraina sembra essere un altro avvertimento relativo a una prossima escalation, favorita dall’atteggiamento ignobile americano.
Il pericolo c’è ed è concreto se cominciamo a vedere Putin per quel che è.
Le sue mire imperialistiche sono storicamente evidenti, così come la sua voglia di ricostruire l’Unione Sovietica.
La guerra in Ucraina, che ha dimostrato tutta l’inconsistenza tecnologica e tattico/strategica dell’esercito russo, ha messo in luce la follia di Putin che ha continuato a mandare al massacro centinaia di migliaia di soldati sulla base di strategie che vedono la quantità dominare sulla qualità e il disprezzo totale della vita umana.
Carne da macello all’infinito per sovrastare le difese ucraine.
Di fatto, la forza militare russa in questo momento si basa su armi convenzionali importate dalla Corea del Nord, dall’Iran e, non si comprende bene fino a che punto, dalla Cina che, nel frattempo, si è comprata mezza Russia, – il recente accordo per la costruzione del nuovo gasdotto “Power of Siberia 2” è una riprova di quanto Putin ora dipenda dal Dragone -, nonché dal suo sgangherato, vetusto ma gigantesco arsenale nucleare ereditato dall’Unione Sovietica.
Cosa dovrebbe farci la Federazione Russa con un immenso esercito in un quadro storico che la vede in grandi difficoltà economiche, a causa della sciagurata “operazione speciale” e per l’effetto delle sanzioni?
Ecco, io mi arruolo tra quelli preoccupati che il disimpegno americano nel continente europeo, – ormai la gang trumpiana parla solo di miliardi di dollari quale corrispettivo dell’impegno USA in qualunque parte del mondo -, unito a una debolezza politico/militare dell’Europa possa aver convinto l’assassino di San Pietroburgo a fare qualche ulteriore passo verso i paesi dell’Est europeo che, caduto il muro nell’89, hanno fatto a gara per scappare dalla Russia.
La questione è semplice: Putin sa che il tempo potrebbe favorire il rafforzamento dell’Europa che, insieme all’America, ancora detiene la supremazia tecnologica come dimostrato dall’andamento del conflitto ucraino, per cui accelerare in direzione di una escalation militare verso i paesi baltici e la Polonia potrebbe essere una scelta possibile.
Tenere fermo un esercito di oltre un milione e mezzo di effettivi, in un contesto di economia di guerra, potrebbe diventare esiziale per la Federazione Russa, alle prese con una crisi economica senza precedenti.
Alla Cina questa possibile escalation potrebbe fare comodo per distogliere l’attenzione da Taiwan senza contare che, adesso, il padrone della Russia è XI Jimping il quale, di fatto, sostiene nel vero senso della parola il regime in crisi di Putin.
Spero di essere stato eccessivamente pessimista, ma la sensazione è che un scontro tra NATO e Russia è solo questione di tempo.
In tale scenario l’Europa dovrà rafforzarsi sul piano politico e militare. Per fare ciò, – oltre ad aumentare le spese militari che, mi auguro, vadano in direzione di scelte condivise prodromiche alla creazione di un esercito europeo -, non dovrà dimenticare la vocazione democratica dell’Unione, rafforzando gli investimenti sulle politiche sociali per disinnescare le spinte distruttive dell’estrema destra nostalgica, populista e pseudosovranista.
Un’Europa democratica più forte passa da un esercito preparato e moderno, che protegge comunità avanzate sul piano sociale e dei diritti, pronte a difendere la loro libertà da qualunque tipo di minaccia.

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