In Francia i lavoratori mettono a soqquadro la nazione per contrastare la norma, voluta dal Presidente Macron, che innalza l’età pensionabile da 62 a 64 anni.
In Germania i sindacati sono sul piede di guerra per ottenere un aumento stipendiale pari al 10,5% e hanno già rifiutato la controproposta del 5%.
Due Paesi europei avanzati in cui le tensioni sociali, su temi delicati come pensioni e retribuzioni, sono forti, anche se, rispetto a noi, la condizione generale è senz’altro più favorevole. Fa riflettere quanto sia differente la sensibilità delle persone su questioni essenziali sul piano sociale, ma che da noi non infiammano le piazze. Siamo un Paese narcotizzato, con una pessima ma furba classe politica che, negli anni, ha convinto le fasce più deboli a sacrificarsi per pagare i costi di un sistema malato, vittima di incompetenza e corruzione.
Mentre, la crisi mordeva e morde alle caviglie delle famiglie, i ricchi diventano sempre più ricchi come dimostrato dalla costante, inarrestabile vendita di beni di lusso.
I lavoratori e i ceti più deboli, compreso il sempre più trascurabile ceto medio, sopportano i costi di una crisi che ha visto falcidiare stipendi, pensioni, servizi pubblici mentre la ricchezza è stata salvaguardata, consentendo ai benestanti di incrementare i loro patrimoni.
I sindacati, in questo contesto, hanno silenziato le proteste in nome di una responsabilità che afferisce soltanto alle masse, rendendosi, in tal modo, complici di questo generale stato di cose.
Poveri sempre più poveri, ricchi sempre più ricchi.
Le rivendicazioni sindacali tedesche fanno rabbia se traguardare attraverso quelle italiane dove, senza dignità, si trascende ai centesimi di euro rispetto alcune indennità che afferiscono a particolari categorie di lavoratori.
Siamo un Paese povero, con una classe politica incompetente e infedele e sindacati che non svolgono più la loro funzione a difesa del mondo del lavoro.
I nostri imprenditori, salvo rare eccezioni, rappresentano il peggio nel panorama europeo, visto che la loro priorità rimane esclusivamente quella di arricchirsi e pagare meno tasse.
Un quadro drammaticamente squallido, dimostrato dagli effetti risibili di incrementi stipendiali pari a vere e proprie elemosine che, certo, non coprono l’aumento costante e consistente del costo della vita.
Se va bene si parla di 2/3% di aumenti su retribuzioni che sono tra le più basse d’Europa.
Medici, insegnanti, professori, lavoratori di polizia, militari sono sottopagati così come il privato italiano non può competere con quello della nazioni più avanzate d’Europa.
Grazie a una politica inetta, autoreferenziale, immarcescibile e corrotta siamo indietro su tutto e, in tale quadro, le organizzazioni dei lavoratori hanno la loro consistente quota di responsabilità, per aver cloformizzato le rivendicazioni sacrosante del mondo del lavoro.
Ma c’è un elemento che fa davvero rabbrividire pensando al futuro di questa Nazione, incapace persino di sfruttare i miliardi di euro del PNRR.
In Israele un Popolo è sceso in piazza per protestare contro il tentativo della destra più estremista, ora al Governo, di sottomettere la Giustizia alla politica. Sarebbe stato un fatto gravissimo prodromico a provvedimenti più pericolosi e antidemocratici.
Una rivolta civile spontanea che ha riguardato persino le ambasciate, a dimostrazione di quanto la democrazia sia importante per quel popolo.
Qui anche c’è il tentativo di condizionare la Giustizia, sottoponendola a potere politico, a partire dalla separazione delle carriere dei magistrati, provvedimento tanto caro alla P2.
In un Paese anestetizzato come l’Italia, dove quotidianamente si cerca di mettere in discussione le radici antifasciste dello Stato, quante persone spontaneamente scenderebbero in piazza per difendere l’autonomia della Magistratura?
Se dovessimo prendere come riferimento le rivendicazioni salariali, la difesa di diritti come quelli alla salute e allo studio il futuro che ci attende è fosco.
Perché scendere in piazza per difendere i principi democratici alla base della nostra libertà?

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