Perché non rifarei quella scelta

Riprendo “Quella scelta che non rifarei”, un pezzo del mio blog che ha suscitato tante reazioni, per la maggior parte di sostegno e che è stato pubblicato anche in altri siti, per approfondire alcuni aspetti del ragionamento alla base delle mie convinzioni.
Ribadisco; non farei più la scelta di candidarmi come Sindaco e non consiglierei a nessuno di candidarsi se la situazione rimane la stessa.
L’immensa soddisfazione di essere riconfermato con una elezione da record per il mio Comune ed essere orgoglioso di ciò che è stato fatto e si sta facendo per la città, non mitiga la frustrazione di non poter svolgere la funzione di Primo Cittadino nel miglior modo possibile.
Questo, – quindi non vale solo per me -, a causa di un sistema gravemente malato di burocrazia, che impedisce la possibilità di agire nel miglior modo possibile nell’interesse della comunità, in un contesto di generale, insopportabile precarietà.
L’Italia è malata di incertezza; tutto può repentinamente cambiare anche senza l’intervento del Parlamento, quindi, attraverso nuove leggi, ma semplicemente con una “interpretazione” diversa di una normativa esistente, che manda in fumo anni di sacrifici per rispettare ciò che in quella norma vi è scritto.
Una “particolarità” che lascia i cittadini in balia dell’incertezza più assoluta, senza contare che l’interpretazione normativa, compiuta dai giudici, disorienta chiunque voglia semplicemente rispettare il dettato della norma stessa.
Ho personalmente vissuto il caso di due dipendenti dell’Ente che, avendo fatto causa al Comune – atti gemelli seguiti dallo stesso avvocato -, hanno ottenuto due sentenze opposte dallo stesso Tribunale.
Se si verifica ciò, mi sembra ovvio, qualcosa è andato in cortocircuito; dopodiché, la cosa più assurda è capire come ci si debba comportare in presenza di una simile incongruenza.
Ha ragione l’Ente o ha torto?
Assurdità, che però dimostrano il caos che ruota intorno all’applicazione della legge, che diventa sfiancante per un amministratore.
Ma questo è solo uno degli aspetti illogici di un Paese che arranca in Europa.
Prendiamo ad esempio l’iter burocratico che trasforma un progetto in un’opera al servizio della collettività.
Una lunga Via Crucis, dove una miriade di soggetti, – alcuni rottami dell’Italico reame -, possono determinare la fattibilità o meno dell’opera stessa. Una selva di autorizzazioni, conferenze sincrone, asincrone, pareri più disparati, tutti con le loro inconciliabili tempistiche, in un coacervo di assurde incombenze che rendono la procedura un lunghissimo percorso ad ostacoli.
Tempi infiniti sconosciuti nel resto dei paesi più avanzati, che, esasperando, favorisco la corruzione e la criminalità organizzata.
In tale irrazionale quadro, ho dovuto fare i conti con finanziamenti concessi sulla base di un bando, modificato successivamente attraverso le “faq” ministeriali.
Una pazzia, così come mandare a gara europea un progetto approvato con una tempistica per l’esecuzione dell’opera, per poi cambiare (il Ministero) tutte le carte in tavola dopo l’assegnazione dei lavori, con il risultato di perdere ben un anno di tempo per mediare una soluzione e poter far iniziare l’intervento. Disgustato.
Non finisce qui, ovviamente, perché in Italia vi sono entità “ultraterrene” che hanno il potere di vita o di morte sulle opere in corso, per le quali tutto è possibile giacché le responsabilità sono generiche, quindi, difendersi è impossibile se non si vuole rimandare l’esecuzione di un lavoro alle calende greche.
Funzionari spocchiosi, spesso incompetenti, del tutto deresponsabilizzati anche di fronte a sentenze tranchant dei tribunali. Paga il contribuente.
Poi c’è il T.U.E.L..
Un relitto normativo, frutto di esperienze non più attuali che condiziona la vita di ogni singolo amministratore e di ogni Ente.
Una sciagura che non si riesce a riformare, per ammodernare il sistema normativo alla base delle attività dei comuni. Quello che si evidenzia e ciò che posso affermare dopo questi anni da Sindaco, è che al centro di quell’acervo di articoli e commi, non vi è l’interesse dell’Ente inteso come interesse pubblico, ma vi è la volontà di ingarbugliare la quotidianità delle amministrazioni, sulla base di dettami professorali fuori da ogni esperienza sul campo.
Tutto è cavilloso e, all’apparente tutela dei bilanci degli enti, per esempio, corrisponde nella realtà l’impossibilità di dare risposte concrete ai bisogni dei cittadini.
Dissesto, procedura di riequilibrio sono percorsi fallimentari che non hanno prodotto nulla, incardinati su principi contabili discreti sulla carta, irrealizzabili nella realtà. Se sei in dissesto, salvo rare eccezioni, ci resti, cosi come, se sei in procedura di riequilibrio non ne esci se va bene, altrimenti precipiti in dissesto.
Questo è patologicamente evidente, ma nessuno mette seriamente mano a questa follia che, spesso, flagella amministrazioni che nulla hanno a che fare con le ragioni per le quali si finiti in P. di R. o in dissesto.
Forse non è chiaro che non ce lo possiamo permettere più?
La gente ha bisogno dei servizi erogati dagli enti che non possono vivere solo per accantonare o tagliare fino a restarci sotto.
Ci sono alternative che possono superare queste due assurde e inutili procedure che fanno guadagnare solo i commissari che poi non risolvono nulla, ma non c’è la volontà di riformare.
Resta la montagna di responsabilità in capo agli amministratori che, se sono disonesti non rappresentano un problema, ma per gli onesti sono un vero e proprio incubo.
Capitolo indennità per gli amministratori.
Un passo avanti è stato sicuramente fatto con una fatica enorme, rispetto alla semplicità con la quale sono elargite altre indennità, spesso, sproporzionate rispetto alla funzione svolta.
Un piccolo passo, rispetto al ruolo dei sindaci, che continua a non incidere sulla pensione e che può e deve essere considerato soltanto l’inizio di un percorso di riforma.
Percorso, che non sembra però iniziato.
C’è troppo da fare e da rivedere in un Paese incapace di attrarre e di essere competitivo; che non riesce a semplificare una burocrazia soffocante e che soffre per un incredibile livello di corruzione.
Un Paese dove la politica troppo spesso da il peggio di se; un Paese dove le capacità soccombono di fronte al clientelismo e, per tale ragione, subisce un’emorragia di “giovani competenze” in direzione altri stati.
Non si tratta più di essere pessimisti, ma di guardare in faccia una realtà tremenda.
Una realtà che trasforma l’onestà in un gap e la peggiore furbizia in una qualità.
In questo immenso, burocratizzato e precario nulla, dove un avviso di garanzia non si risparmia a nessuno, con la distinzione che per un disonesto è acqua fresca per un onesto è un dramma, perché qualcuno dovrebbe candidarsi a Primo Cittadino?

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