Il diritto delle donne di lavorare serenamente

Siamo un Paese ancora profondamente arretrato sul tema dei diritti civili e quello che sta accadendo nell’ambito delle discussione parlamentare sul “suicidio assistito” è solo un aspetto ributtante di questo sostanziale ritardo. In tale contesto, assume un valore particolare la violenza di genere, fenomeno patologico che affligge la nostra società segnata da una subcultura machista, incompatibile con un Paese evoluto sul piano sociale. Non solo le aggressioni violente e i femminicidi, ma uno dei fenomeni più disgustosi di questa misoginia, neppure tanto strisciante, sono i comportamenti discriminatori sui posti di lavoro che vengono adottati nei confronti delle donne. Le differenze tra uomo e donna non si concretizzano solo nelle retribuzioni, nelle prospettive di carriera ma assumono contorni inquietanti delle molestie nella normale attività quotidiana all’interno degli uffici e, in generale, nei luoghi di lavoro.
Troppo spesso e le denunce in questo senso dimostrano un allarmante stato di cose, le donne sono oggetto di attenzioni ” sessuali” da parte dei colleghi maschi, che raggiungono livelli ancora più preoccupanti negli atteggiamenti dei superiori.
Conta marginalmente la professionalità, la competenza rispetto all’aspetto fisico. Quotidianamente, troppe donne devono subire attenzioni più o meno morbose da parte dei superiori nell’ambito del lavoro, fatte di vergognose richieste sull’abbigliamento da indossare, di approcci fisici, battutine a sfondo sessuale, inviti a pranzi o cene che nulla hanno a che fare col lavoro, che, guarda caso, non riguardano colleghi maschi. Una situazione comune in tante realtà, – molte inchieste giornalistiche hanno messo in luce quest’inferno -, che si nutre dell’incapacità di reagire da parte delle stesse donne, le quali per paura di subire ripercussioni lavorative o, addirittura, temendo di perdere il posto, subiscono in silenzio questo stillicidio di atteggiamenti ignobili da parte dei loro colleghi o superiori.
Un errore grave, che da forza a questi presuntuosi ignoranti, capaci di mettere in atto comportamenti criminali che, per una subcultura maschilista difficile da sradicare, il sentire comune declassa a goliardia.
Invece rappresentano una quotidiana violenza che non può e non deve essere giustificata.
Le donne hanno diritto di vedere riconosciuto il loro impegno professionale, le loro competenze e capacità lavorative senza essere per forza oggetto di attenzioni maniacali o richieste insulse come quelle di indossare gonne o vestiti.
Personalmente, ritengo gli autori di questi atteggiamenti degli infimi criminali, figli di una arretratezza culturale incardinata su pseudovalori fideistici e familiari, i quali nulla hanno a che fare con un Paese moderno e avanzato sui diritti sociali.
In ogni caso, il futuro passa anche da qui; dal superamento di ogni forma di discrimine verso le donne. Se non saremo in grado di iniziare rapidamente questo percorso di accrescimento dei valori culturali alla base della nostra convivenza civile, parlare di un domani migliore risulterà sempre più difficile.
Nel frattempo il mio invito alle donne è sempre lo stesso: “Denunciate sempre qualsiasi forma di violenza, anche quelle più subdole; non reagire e accettare in silenzio equivale a rinunciare alla propria dignità”.

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