Parlare di mafia sul nostro territorio, diversi anni fà era un tabù. Le istituzioni per prime negavano, arrivando a definire la Ciociaria un’oasi sostenuti dalla maggior parte dei mass-media, che non prendevano neppure in considerazione l’idea di pubblicare articoli che disturbassero la politica e appunto le stesse istituzioni. Ricordo il primo convegno organizzato in questa provincia sulle mafie, all’aula PACIS dell’Università di Cassino, tristemente vuoto sebbene in quell’occasione ci fossero personalità di tutto rispetto. Un momento d’oro per la provincia, con in testa il Questore Antonio Mastrocinque e poi i comandanti provinciali di Carabinieri e Guardia di Finanza, ospiti di un evento, organizzato dal Sindacato di Polizia SIULP, in quei primi anni novanta guidato dal sottoscritto. Venne fuori uno spaccato inusuale per questa provincia, con la denuncia di interessi in vari settori, non solo della mafia casertana, ma della camorra napoletana e della mafia siciliana. Successivamente, le istituzioni si ritirarono da quella posizione importante per la provincia, ripiegando su posizioni assurde in forte contrasto con la stessa Magistratura.
Più aumentavano gli elementi che facevano intravedere la presenza delle mafie, anche straniere, più questori, prefetti, politica negavano l’evidenza, arrivando a definire coloro i quali cercavano di far aprire gli occhi alla comunità degli allarmisti. Milioni di euro di sequestri e confische a ogni tipo di consorteria criminale e mafiosa, ma la storiella non cambiava, tanto che non sono mancate anche polemiche indirette sui quotidiani tra istituzioni.
Solo più tardi, con l’arrivo di un Questore della nuova generazione con esperienze diverse, circa 10 anni fa, si è riaperto prepotentemente il discorso criminalità organizzata in questa provincia e, finalmente, anche qualche giornalista ha trovato il coraggio di farsi avanti denunciando ciò che era evidente: gli affari mafiosi in queste realtà. Non in una zona particolare, ma diffusi sul territorio da nord a sud con in più la presenza ridondante della criminalità rom, semplicemente famiglie mafiose in modo diverso, ad inquinare la convivenza civile e l’economie della nostra terra.
Negli anni, non ho mai smesso di denunciare questi fenomeni, poi affiancato da altri cittadini consapevoli ed impegnati, tra cui tanti giovani mossi dalla voglia di cambiare una situazione inaccettabile.
Con la mia elezione a Sindaco, il Comune di Ceprano si è associato ad “Avviso Pubblico – Enti locali e regioni per la formazione civile contro le mafie”, cosi come Pastena guidata dal mio amico Arturo GNESI, anche lui impegnato in prima linea con l’associazionismo.
Un atto di coerenza rispetto alle difficili battaglie che abbiamo combattuto, spesso da soli, per allertare i cittadini di questa provincia sui rischi della presenza delle mafie in questo territorio.
Non è stato e non è semplice.
La criminalità alimenta una parte della politica e le istituzioni più sensibili a questo, spesso, cercano di ostacolare con ogni mezzo il processo di denuncia nei confronti di siffatto cancro.
C’è un atteggiamento devastante che condiziona l’affrancazione dei territori dalla presenza mafiosa e sono quei rappresentanti istituzionali che, apparentemente denunciano o sembrano fare qualcosa di positivo, in realtà adottano condotte mafiogene con l’obiettivo di spegnere sul nascere ogni tentativo di coinvolgimento sociale per liberarsi dalle pressioni mafiose. Te ne accorgi dalla superficialità dei loro atti, dalla presunzione che promana in ogni loro iniziativa, spesso, a vuoto.
Soggetti che operano per se stessi, celandosi tra inutili provvedimenti e sconclusionate dichiarazioni.
Ma come si sa con l’antimafia si può fare carriera, così come la mafia si fa antimafia.
Noi siamo un territorio profondamente segnato dalla presenza delle mafie, ferito nell’ambiente, nell’economia, nei rapporti sociali.
Non abbiamo bisogno di pessimi attori che, si presentano in pubblico come paladini della giustizia, mentre in privato agiscono da piccoli gangster.
Noi abbiamo bisogno di figure pulite, per bene, lo so, ne ho una stima illimitata ma penso, per esempio, al mio amico dottor GNESI, ai ragazzi di certe associazioni che si impegnano senza secondi fini, di istituzioni capaci di dimostrare con i fatti di essere dei riferimenti virtuosi in ogni loro gesto o azione.
Ho sempre pensato che la lotta alla mafia deve partire dalle scuole, deve coinvolgere la società e chiunque rivesta un ruolo istituzionale deve rappresentare un esempio, a partire dall’essere corretto in ogni sua azione, alla totale rinuncia di ogni atteggiamento clientelare fino ad arrivare, se serve, a rinunciare alle ambizioni personali se queste rischiano di essere oggetto di compromessi.
Questa provincia ha tutte le possibilità per dare un forte segnale di intolleranza nei confronti delle mafie, ma non ha certo bisogno di chi vuole solo apparire come un paladino della legalità ma, nei fatti, adotta comportamenti mafiogeni, incompatibili con l’immagine che cerca di accreditare in pubblico.
Il mio appello è di parlare di mafie nelle scuole, delle terribili conseguenze che si potrebbero pagare sul piano sociale ed economico se dovessero prendere il sopravvento sulla legalità.
Della triste vita dei boss costretti a una perenne latitanza, magari in tuguri sotterranei, per evitare di essere catturati e finire i loro giorni in prigione.
Dalle scuole deve partire l’idea che non ci sono scorciatoie per raggiungere la ricchezza, ma bisogna studiare ed impegnarsi affinché possano arrivare tante soddisfazioni nella vita.
La scuola deve essere la fucina dei nuovi cittadini informati, che fanno della legalità la stella polare da seguire sempre in ogni occasione, perché soltanto così, insieme ad una seria opera repressiva, potremo togliere ossigeno al cancro mafioso e ridurre le dimensioni di questa grave patologia a una leggera forma endemica.

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