Mancano i candidati a Sindaco nelle grandi città, ma anche in quelle medie e piccole. Non mi stupisco e sono convinto che nessuna persona onesta e sana di mente possa pensare, in questo momento, di potersi accollare un impegno gravoso come quello di diventare Sindaco, senza mettere in conto di dover distruggere la propria serenità e quella delle persone a lui vicine. In particolare, dal 2015 in poi, con l’entrata in vigore delle nuove norme di bilancio, fare l’amministratore di un Comune è diventato un incubo.
A un TUEL vecchio e inadeguato, all’interno di un sistema legislativo concepito per non fare e che negli anni ha alimentato una folle burocrazia, si è andata a sommare una modifica surreale delle norme di bilancio, che non ha tenuto conto minimamente delle condizioni degli enti e delle conseguenze catastrofiche che sarebbero scaturite da questo sistema giusto ma attuato nel momento sbagliato.
Magari i comuni virtuosi hanno risentito meno dell’impatto delle nuove regole, ma quelli che venivano da situazioni di difficoltà, provocate dalle scelte sbagliate possibili negli anni precedenti, si sono dovuti sobbarcare un peso insopportabile. Un continuo rincorrere un traguardo che anno dopo anno, a partire da sei anni fa, è divenuto inarrivabile.
Senza contare le sentenze della Corte Costituzionale che hanno gettato ulteriore benzina su un incendio già di per sé difficile da domare.
Non è più possibile gestire un Paese che punta al futuro sulla base di “accantonamenti” e norme concepite per complicare ogni cosa e perdere inutilmente tempo.
Senza contare il fatto che attuare il programma politico col quale si sono vinte le elezioni, risulterà complicatissimo per la struttura dirigenziale inamovibile.
Non accade di rado che ci si sente dire da chi non rischia il posto, “tanto voi passate noi restiamo”.
In questa frase c’è l’essenza del disastro.
Un Paese vecchio, lento, senza vere prospettive di cambiamento, afflitto da una vergognosa, inamovibile burocrazia e flagellato dalla corruzione che, in questa inefficiente P.A., nuota felice come solo i pesci possono fare in mare aperto.
Consunto, muffo, claudicante è il sistema su cui si regge l’Italia e i comuni, gli enti di prossimità, pagano un prezzo altissimo a tale sfacelo.
O il Parlamento comincia a correre per attuare un cambiamento non più rinviabile o il disastro verso cui ci siamo incamminati diventerà irreversibile, con o senza “Recovery Fund”.
Troppo impegno, troppi costi pagati sul piano personale, per non vedere mai la fine di un percorso.
Non si può amministrare senza reali poteri, senza le necessarie risorse finanziarie, scontando quotidianamente le scelte errate politiche compiute da chi ti ha preceduto e con l’incubo delle infinite responsabilità.
Per un Sindaco basta un errore per distruggere la tua reputazione e la tua vita.
Non si può sostenere il paradosso di dover far fronte ai disastri compiuti da chi, adesso, in un Paese con scarsa memoria, si oppone politicamente, criticando i mancati interventi a favore della città.
Gli interventi si vorrebbero fare ma non si possono attuare per pagare i precedenti altrui disastri.
Andrebbe anche bene onorare i vecchi debiti, ma dover pagare anche le sanzioni e le conseguenze per fatti di cui non si hanno responsabilità è inutile e folle.
Un’assurdità tragica che ricade sui cittadini che vedono tagliarsi prestazioni e servizi.
Non ce ne sarebbe bisogno, pagare è già più che sufficiente, ma nel Paese dei regi decreti, massacrato dalla burocrazia, dove la Giustizia è una chimera e l’onestà non vince onorare i debiti non è sufficiente.
Non è una questione di un singolo, ma di un sistema giunto al capolinea.
Il paradosso è che agli evasori fiscali si concedono sconti e dilazioni vergognose, così come ai partiti politici corrotti, che devono restituire milioni ai cittadini italiani, si autorizzano agevolazioni ultracinquantennali nella restituzione del maltolto; ma ai comuni no.
Il principio che le generazioni future non debbano pagare per quelle precedenti vale solo per i comuni.
Un principio astratto, a corrente alternata, che viene scagliato come un macigno contro gli enti di prossimità.
No, non è possibile continuare così sulla base di principi che nella pratica causano più disastri che altro.
Fare il Sindaco è una missione senza speranza, un impegno insostenibile anche per chi fa dei valori e dei principi la base di ogni decisione.
Lo dimostrano le misere indennità previste per i primi cittadini, nulla in confronto alle immense responsabilità da affrontare.
Un qualunque consigliere regionale gode di un trattamento enormemente più favorevole del Sindaco della Capitale d’Italia, figuriamoci la situazione degli altri primi cittadini.
Una vergogna ormai insostenibile.
Non si tratta di chiedere di più, ma di denunciare una condizione assurda in un Paese paradiso di furbi e disonesti.
Peccato manchi il coraggio, ma restituire ai Prefetti le fasce tricolori, simbolo dell’importantissima funzione svolta dai primi cittadini, sarebbe il segnale di un disagio non più sopportabile.
Anche amando la propria città, che ha creduto nel tuo progetto, fare il Sindaco è diventato un incubo e questo non è accettabile.
Ovviamente, per correttezza nessuno lascerà a metà un impegno assunto con la propria comunità, ma l’augurio è che questo Paese fornisca un chiaro segnale di sostegno e rispetto ad una funzione insostituibile come quella di Sindaco.

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