Nell’era dei social, tutto corre veloce e anche i rapporti umani si modificano e si mortificano.
Prima si viveva insieme e il momento più bello di una giornata era l’incontro, il calore di uno sguardo, di un contatto.
Valeva per gli amici come per gli affetti.
Tutto era incardinato nel rapporto ravvicinato di occhi che s’incontravano, braccia che si sfioravano tra mille parole.
Gli appuntamenti erano concordati per strada, come erano negati passeggiando tra le vie dei quartieri di qualunque città.
Tutto in una dimensione umana che faceva del rapporto diretto, l’elemento su cui si fondava lo stare insieme.
Perfino la musica era concepita per essere ascoltata in compagnia, con un mangiadischi o un registratore a cassette oppure un lettore DVD con megacassa. Non era la qualità del suono importante, ma quella della musica e del testo a rendere bella e importante una canzone.
C’erano i grandi gruppi e i grandi cantanti che facevano da colonna sonora alle giornate passate con gli amici. Piacevoli momenti dove le braccia diventavano quattro e due occhi, magari, si specchiavano in altri due sognanti.
Le coppie si mettevano insieme e si lasciavano dicendo un sì o un no, ma il coraggio di guardarsi non veniva mai meno.
Adesso è tutto cambiato.
Ci si scrive attraverso i social, troncando le parole per fare prima, traumatizzando così concetti e pensieri. Si ascolta troppo spesso musica assordante e lo smartphone è divenuto il muretto sul quale ci si scambiano quattro frettolose parole. Hanno assunto un ruolo determinante le “spunte”, quelle piccole “V” che segnano l’inizio e la fine dei rapporti.
Il nascondiglio preferito per evitare di parlare, celandosi dietro un “non ho letto”. Adocchiata l’anteprima, si evita di aprire il messaggio, cosicché non compaia mai la fatidica doppia spunta “blu”, che dimostrerebbe l’avvenuta lettura del messaggio.
“Non ho letto, mi dispiace”.
Nell’epoca dei social, ci siamo riscoperti un po’ più pavidi, perché incapaci di reggere il confronto. D’altronde è l’epoca della fretta, sempre tutto di corsa con le relazioni umane ridotte a un misero profluvio di messaggi sui social più disparati.
Così le discussioni si sono adeguate e sempre più spesso il contendere è la “spunta”, che non diventa doppia e non si colora di blu, tra mille vibrazioni e bip.
Si sta perdendo il coraggio di parlare guardandosi negli occhi, di sentire i profumi e il calore dell’altro.
Verrebbe da dire restiamo umani e intanto squilla lo smartphone, dietro il quale si celano ansie e timori.
Si licenzia con un SMS, così come si troncano relazioni affettive e virtuali rapporti umani, frettolosi e sincopati.
Un panorama guardato insieme è un fugace momento romantico, travolto dai bip o dagli squilli dell’infernale telefono intelligente che ci mantiene, ossessivamente, in contatto col nulla.
Ovunque si va, la prima domanda è se vi sia linea per il cellulare. Come se in ogni istante delle nostre vite fosse indispensabile restare in contatto con chiunque, nella vana attesa di una vibrazione o un suono personalizzato.
La perenne vicinanza virtuale sta uccidendo quella fisica, perché rimanere in due diviene sempre più complicato.
Di questa vita immensamente condivisa con tutti, rimane un gigantesco vuoto umano.
Al profluvio di parole troncate, prodotte da milioni di tastiere, corrisponde una sconfortante incapacità di parlare de visu.
Un mondo che sembra virtualmente più vicino, in realtà, ci ha drammaticamente allontanato e isolati nel nostro sofisticato nulla.

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