Forse è il caso di spiegare alcuni concetti in merito alle indispensabili semplificazioni.
Non devono certo annullare le gare, così come non è necessario aumentare a dismisura la discrezionalità.
Semplificare non deve essere un modo per agevolare le infiltrazioni della criminalità, ampliando contestualmente gli spazi di corruzione.
Semplificare significa snellire le procedure, accorciando i tempi necessari a passare dal progetto di massima all’esecuzione dell’opera. Questo può accadere soltanto abbreviando e formalizzando le tempistiche per il rilascio delle autorizzazioni; tagliando il numero degli enti e direzioni varie competenti a esprimere pareri o a rilasciare autorizzazioni. La semplificazione passa dal ridimensionamento delle sopraintendenze, attualmente veri e propri mostri capaci di condizionare ogni cosa. Non è possibile che ci siano entità statali capaci di trasformare il vecchio in antico, il rame in oro, di emettere vincoli a caso, per tutelare quattro mura senza valore, come se fossero le pareti della Cappella Sistina. Se vogliamo semplificare dobbiamo ridurre i margini di manovra, chiamandoli alle loro responsabilità, ai funzionari che bloccano opere senza che vi siano ragioni logiche. Non è possibile pensare di modernizzare il Paese, rilanciandolo tra i grandi d’Europa, se per fare 150 metri di strada occorrono sei anni. Eliminare le gare e rendere discrezionale la scelta di chi dovrà svolgere l’opera e poi perdere tempo tra i vari passaggi, in attesa di pareri che non arrivano mai e autorizzazioni che assumono il ruolo di chimere significa non aver fatto nulla.
Semplificazione equivale a dire futuro, in un momento nel quale tutto va per il verso sbagliato.
Ce la faremo?

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