“Volevamo i soldi per andare in discoteca e allora abbiamo tentato di fare una rapina”.
La sfortuna ha voluto che la preda fosse un giovanissimo carabiniere, che, per difendere la sua fidanzata, alla vista dell’arma usata dai rapinatori abbia aperto il fuoco uccidendone uno.
Le indagini faranno chiarezza sulle modalità dei fatti.
Quello che lascia attoniti è la motivazione che due ragazzini, che non vanno a scuola e vivono quotidianamente la strada, hanno dato per giustificare un atto criminale.
Dopodiché, il resto lo hanno fatto parenti e amici del giovane rapinatore ucciso, che hanno deciso di devastare il pronto soccorso dell’ospedale dove era stato trasportato il loro congiunto. Scene barbariche, che non trovano alcuna giustificazione se non con il contesto criminale nel quale queste persone vivono la loro esistenza.
Mancanza di rispetto per qualsiasi cosa non sia un loro misero interesse e, soprattutto, disprezzo assoluto delle vite altrui e dei diritti degli altri.
No, non c’è alcuna giustificazione per un attacco del genere in un luogo preposto a curare e salvare vite umane. Delinquenti che, auspico, possano essere rapidamente identificati e perseguiti a norma di legge. Ma questa scena incivile e violenta da la dimensione del contesto nel quale viveva il giovane rapinatore che, dovendo andare a ballare, non ha trovato di meglio che tentare di rapinare altri giovani.
Il crimine che si trasforma in normalità.
La violenza come modello di (non)vita che diviene un pericolo costante per gli altri.
Mentre avveniva il raid contro il pronto soccorso, moriva Irina, pestata a sangue dal suo compagno.
Altra vittima “innocente” di una folle violenza che sembra non avere fine. L’ennesimo femminicidio che è passato in sordina per il clamore suscitato dalla devastazione attuata dai congiunti e amici del babyrapinatore.
Il brutale pestaggio di Irina e la devastazione dei locali dell’ospedale sono il frutto della medesima cultura violenta che non si riesce a sradicare in questo Paese. Mancanza di rispetto, arroganza, violenza sono il micidiale cocktail che alimenta questi atti di brutalità.
Mi dispiace per Irina, ennesima vittima innocente e mi dispiace per un ragazzo/carabiniere di 23 anni ritrovatosi, suo malgrado, in una storia più grande di lui, che certamente non si è cercato. La speranza è che non sia un’altra vittima di un episodio terribile sul quale ci vorrà tanto, forse troppo tempo per fare processualmente chiarezza.
Provo pena per quel rapinatore bambino cresciuto in strada, cibandosi di poca cultura e troppa violenza che, pericolosamente, travolge ragazzi sempre più piccoli assediati da droghe e alcool e da una società che fatica a ritrovarsi. Un società che ha perso punti di riferimento etici e morali.
Chi vorrà davvero cambiare l’Italia dovrà fare i conti anche con questo. Il futuro passa dalla riscoperta dei valori che mettono insieme le comunità e, su ciò, la politica, la scuola, le istituzioni e le famiglie avranno un ruolo determinante. L’onesta deve diventare premiante mentre l’illegalità deve tornare ad essere soltanto un’eccezione alla regola da perseguire senza se e senza ma.
Siamo già in ritardo, ma possiamo recuperare se solo ci sarà la volontà di cambiare, per costruire un futuro migliore di questo pessimo, tragico presente.

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